Cassazione: sospensione per un avvocato che ha alterato una procura alle liti

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E’ corretta la sanzione comminata ad un avvocato che ha alterato la data riportata in una procura alle liti: questo quanto statuito dalla corte di Cassazione nell’ordinanza n. 26473 del 1° ottobre 2025.

Ma entriamo nel dettaglio.

L’origine del procedimento disciplinare

Il caso trae origine da una condotta contestata ad un avvocato, consistente appunto nell’alterazione della data riportata in una procura alle liti, l’atto con il quale il cliente conferisce formale incarico al difensore di rappresentarlo in giudizio.

Tale comportamento, emerso nel corso di un procedimento civile, ha dato avvio ad un procedimento disciplinare per violazione dei principi cardine che regolano l’esercizio della professione forense.

L’accusa mossa nei confronti del professionista non riguardava soltanto un’irregolarità formale, ma una condotta sostanzialmente idonea a compromettere la genuinità dell’atto processuale.

Infatti, l’alterazione della data rendeva dubbia la veridicità della procura, incidendo in modo diretto sulla certezza della provenienza e della validità dell’atto stesso.

Un simile comportamento, secondo gli organi disciplinari, non poteva ritenersi frutto di mera disattenzione ma configurava una violazione consapevole e grave dei doveri professionali.

A fondamento della contestazione, il Consiglio distrettuale di disciplina e il Consiglio nazionale forense ha richiamato diversi principi fissati dal codice deontologico. In particolare:

  • dovere di verità: l’avvocato ha l’obbligo di non alterare né falsificare atti o dichiarazioni, mantenendo sempre un comportamento rispettoso della realtà dei fatti;
  • dovere di probità e correttezza: ogni attività del professionista deve essere improntata a lealtà e rispetto delle regole, evitando artifici o comportamenti che possano trarre in inganno l’autorità giudiziaria o le controparti;
  • dovere di diligenza: l’avvocato deve svolgere il proprio incarico con la massima attenzione e cura, evitando errori, omissioni o azioni suscettibili di compromettere la regolarità del procedimento.

Sono tutti princìpi costituiscono le fondamenta della deontologia forense e sono finalizzati a tutelare non solo la dignità dell’avvocato come singolo, ma anche la fiducia della collettività nell’intera categoria professionale.

Le motivazioni dell’avvocato ricorrente

Dopo le pronunce del Consiglio distrettuale di disciplina (CDD) e del Consiglio nazionale forense (CNF), entrambe sfavorevoli, l’avvocato coinvolto ha deciso di proporre ricorso dinanzi alla Corte di Cassazione a sezioni unite, quale ultima istanza per contestare la legittimità e la proporzionalità delle sanzioni disciplinari comminate.

Le doglianze avanzate dal professionista si sono articolate principalmente in quattro punti fondamentali:

  • assenza di dolo,
  • insussistenza dell’illecito disciplinare,
  • prescrizione dell’azione disciplinare,
  • sproporzione della sanzione irrogata.

Mancanza di dolo

La prima linea difensiva del ricorrente ha riguardato l’elemento soggettivo della condotta: secondo l’avvocato, l’alterazione della data presente nella procura alle liti non sarebbe stata il frutto di un’azione intenzionale ma di una mera svista materiale priva di finalità fraudolente. In assenza di dolo, sosteneva il ricorrente, non si sarebbe potuto configurare alcun illecito disciplinare grave, né giustificare una misura così severa quale la sospensione biennale dall’esercizio della professione. L’avvocato ha insistito sul fatto che l’errore non aveva arrecato un concreto pregiudizio né al cliente né al processo, e che pertanto avrebbe dovuto essere valutato con maggiore indulgenza.

Insussistenza di illecito disciplinare

In secondo luogo, il ricorrente ha sostenuto che la propria condotta non potesse rientrare nelle ipotesi previste dal codice deontologico forense: non vi era stata alcuna lesione reale dei principi di verità, probità o correttezza, essendo mancata la volontà di ingannare il giudice o le controparti. Secondo questa prospettiva, l’alterazione della data non avrebbe integrato dunque un illecito disciplinare ma, nella peggiore delle ipotesi, una mera irregolarità priva di rilevanza deontologica. Per questa ragione, il provvedimento disciplinare sarebbe stato viziato da un erroneo inquadramento giuridico della fattispecie.

Eccezione di prescrizione

Altro argomento centrale è stato quello della prescrizione: l’avvocato ha rilevato come i fatti contestati risalissero a diversi anni prima dell’avvio del procedimento disciplinare, sostenendo che il decorso del tempo avesse estinto il potere disciplinare degli organi competenti. Secondo il ricorrente, il procedimento sarebbe dovuto essere dichiarato improcedibile, con conseguente annullamento delle sanzioni. L’eccezione di prescrizione, dunque, mirava a far cadere l’intera azione disciplinare per decorso dei termini previsti dalla normativa forense.

Sproporzione della sanzione

Infine, il ricorrente ha posto l’accento sulla sproporzione della sanzione irrogata rispetto alla gravità effettiva del comportamento contestato. Anche ammettendo che la condotta potesse essere censurata, secondo la difesa non si giustificava comunque la misura estrema della sospensione dall’esercizio della professione per due anni. Tale sanzione, a detta dell’avvocato, avrebbe avuto conseguenze gravissime non solo sulla sua carriera, ma anche sul rapporto fiduciario con i clienti e sul sostentamento economico personale e familiare. Una valutazione più equa, sosteneva, avrebbe dovuto orientare gli organi disciplinari verso misure meno afflittive, come la censura o al massimo la sospensione di breve durata.

Le valutazioni della Corte

La Corte di Cassazione a sezioni unite, investita del ricorso, ha analizzato puntualmente ciascuna delle doglianze proposte dall’avvocato, rigettandole in toto e confermando l’impianto motivazionale delle decisioni disciplinari di primo e secondo grado. La suprema Corte ha ribadito una serie di principi fondamentali, con valore non solo per il caso specifico, ma anche come indirizzo per la giurisprudenza disciplinare in materia forense.

Conferma della natura fraudolenta della condotta

Innanzitutto, la Cassazione ha escluso la tesi della mera svista materiale: dall’esame degli atti, è emerso infatti che l’alterazione della data in procura non era riconducibile a un semplice errore ma costituiva un intervento volontario e consapevole volto a modificare il contenuto di un documento processuale ufficiale. La Corte ha chiarito che la procura alle liti è un atto essenziale ai fini della rappresentanza processuale, e che ogni alterazione della sua data è idonea a incidere sulla validità e tempestività del mandato difensivo. Per questo motivo, l’elemento soggettivo del dolo è stato pienamente riconosciuto, escludendo l’ipotesi di mera colpa o disattenzione.

Irrilevanza dell’assenza di danno concreto

Un altro punto fermo della decisione riguarda l’asserita mancanza di danno concreto. Secondo la difesa, poiché l’alterazione non aveva prodotto conseguenze dirette sul processo né arrecato pregiudizio alle parti, la condotta avrebbe dovuto essere considerata di scarsa rilevanza disciplinare. La Cassazione, al contrario, ha affermato che l’illecito deontologico sussiste a prescindere dal danno effettivamente verificatosi. La violazione non si misura sull’esito processuale o sugli effetti materiali, ma sul semplice compimento di un atto contrario ai principi di correttezza e verità che regolano la professione. L’alterazione in sé costituisce infatti una lesione della fiducia che la collettività ripone nell’avvocatura, e per questo non può essere giustificata dall’assenza di conseguenze pratiche.

Ribadita centralità della fiducia e della credibilità della professione

Ma il cuore della decisione degli Ermellini si fonda sul richiamo alla fiducia e alla credibilità come valori essenziali dell’attività forense: l’avvocato, per la propria funzione di tutela dei diritti e di collaborazione con la giustizia, deve ispirare piena affidabilità sia nei confronti del cliente sia nei confronti del giudice. Ogni comportamento che mina tale fiducia, anche solo potenzialmente, rappresenta una violazione gravissima. L’alterazione della procura, sebbene relativa a un dettaglio come la data, è stata interpretata come un atto capace di minare la credibilità dell’intero sistema professionale. La Corte ha quindi ribadito che la professione forense non tollera margini di ambiguità in tema di veridicità e lealtà.

Da queste premesse deriva anche la valutazione sulla proporzionalità della sanzione: la sospensione biennale, lungi dall’essere sproporzionata, è stata giudicata coerente con la gravità della condotta. La Corte ha osservato che un comportamento volto ad alterare un atto processuale non può essere punito con sanzioni lievi, poiché ciò rischierebbe di trasmettere un messaggio di tolleranza verso condotte che compromettono il decoro della professione. Al contrario, la severità della sanzione risponde a un’esigenza di tutela non solo del singolo procedimento, ma dell’intera categoria forense, preservandone il prestigio e l’affidabilità dinanzi alla società.

Rigetto del ricorso

La Corte di Cassazione, dunque, ha pronunciato una decisione netta e inequivocabile: il ricorso dell’avvocato è stato dichiarato infondato. Con questa affermazione, gli Ermellini hanno confermato integralmente quanto già stabilito nei precedenti gradi di giudizio disciplinare, ritenendo non meritevoli di accoglimento le argomentazioni difensive presentate dal professionista.

Il Collegio ha sottolineato come le doglianze relative alla presunta mancanza di dolo, all’insussistenza dell’illecito disciplinare e alla sproporzione della sanzione non trovassero riscontro né nei fatti accertati né nei principi deontologici consolidati. La ricostruzione proposta dall’avvocato, basata sull’ipotesi di una semplice svista, è stata considerata non credibile, poiché le modalità stesse dell’alterazione della data in procura evidenziavano un intervento volontario e consapevole.

La Cassazione ha quindi ribadito l’impianto motivazionale espresso dal CNF, che già aveva confermato la decisione del Consiglio distrettuale di disciplina, ritenendo pienamente accertata la violazione dei doveri di probità, correttezza e verità. In questo modo, la Corte ha chiuso ogni spazio interpretativo residuo, consolidando la qualificazione della condotta come illecito disciplinare grave e incompatibile con i principi che regolano l’attività forense.

La sanzione disciplinare

Uno degli aspetti centrali della sentenza riguarda la sanzione irrogata: la Cassazione ha confermato che la misura della sospensione dall’esercizio della professione per due anni fosse proporzionata alla gravità della condotta.

La Corte ha chiarito che la sanzione disciplinare non deve essere valutata soltanto in relazione al danno concreto prodotto dall’atto illecito, ma soprattutto in funzione della tutela del decoro e della credibilità della professione legale. Alterare un documento ufficiale, anche solo nella data, rappresenta infatti un comportamento che mina la fiducia che il cliente e la collettività ripongono nell’avvocato. È per questo che la sospensione, nella sua durata significativa, è stata ritenuta adeguata a sottolineare la gravità del gesto e a svolgere una funzione preventiva ed esemplare.

Oltre alla sospensione, la Corte ha condannato il ricorrente al pagamento delle spese processuali, secondo quanto previsto dalla disciplina ordinaria. Inoltre, è stato disposto l’obbligo di versare l’ulteriore contributo unificato previsto dall’articolo 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115/2002, norma che mira a scoraggiare ricorsi infondati e a garantire il buon funzionamento del sistema giurisdizionale.

Rilievi deontologici e giurisprudenziali

Principi ribaditi dalla Cassazione

La decisione delle Sezioni Unite assume particolare rilievo poiché non si limita a chiudere un singolo contenzioso disciplinare, ma riafferma questi princìpi fondamentali destinati a orientare l’intera giurisprudenza deontologica.

  1. Dovere di verità e correttezza dell’avvocato
    La Corte ha evidenziato come l’avvocato debba sempre attenersi alla verità sostanziale dei fatti e mantenere un comportamento improntato alla correttezza, anche nei dettagli formali. Alterare un atto processuale, anche se in modo apparentemente marginale, costituisce una violazione di questo dovere essenziale. La verità e la correttezza non sono principi astratti, ma garanzie concrete che tutelano l’affidabilità del sistema giudiziario.

  2. Inammissibilità di atti alterati anche in assenza di danno effettivo
    Un aspetto fondamentale ribadito dalla Corte è che l’illecito disciplinare sussiste anche in assenza di un danno concreto alle parti o al processo. L’atto alterato è in sé incompatibile con la funzione di leale collaborazione che l’avvocato deve mantenere con il giudice e con le istituzioni. La tutela disciplinare non si limita a prevenire conseguenze materiali, ma serve soprattutto a garantire la trasparenza e l’affidabilità della professione.

  3. Proporzionalità della sanzione
    La Cassazione ha ricordato che la valutazione della gravità di una condotta non può essere ridotta al mero bilancio di effetti pratici, ma deve tener conto della potenziale lesione del decoro e dell’onorabilità dell’avvocatura. La sospensione biennale è stata ritenuta adeguata proprio perché in grado di riaffermare la centralità dei principi etici e dissuadere comportamenti analoghi.

Riassumendo

Ricorso

Rigettato in toto

Conferma integrale delle decisioni precedenti (CDD e CNF)

Condotta contestata

Alterazione della data in una procura alle liti

Atto ritenuto volontario e consapevole, non mera svista

Natura della violazione

Illecito disciplinare grave

Violazione dei doveri di verità, probità, correttezza e diligenza

Danno concreto

Irrilevante ai fini disciplinari

L’illecito sussiste anche senza conseguenze pratiche sul processo

Sanzione

Sospensione dall’esercizio della professione per due anni

Misura ritenuta proporzionata e necessaria

Spese processuali

Condanna al pagamento

Inclusa anche l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato ex art. 13, c. 1-quater, d.P.R. 115/2002

Principi ribaditi

Dovere di verità, correttezza e affidabilità dell’avvocato

La fiducia e la credibilità della professione sono valori centrali

Valore esemplare

La sanzione ha funzione deterrente e di tutela del decoro forense

Rafforzamento dell’immagine e della credibilità dell’avvocatura

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